C’è fame e fame

La fame fisica e la fame emotiva non sono la stessa cosa

Chi usa il cibo compulsivamente non è in grado di distinguere da cosa derivi il proprio impulso. Questo è uno dei maggiori problemi da affrontare. Chi mangia in eccesso è portato a confondere gli stimoli che percepisce: legge come fame ciò che fame non è.

Il “cervello delle emozioni”

Il “cervello delle emozioni” risuona proprio lì, nella pancia, e c’è un motivo: l’apparato digerente e l’intestino sono disseminati di cellule nervose grazie alle quali i nostri istinti primari si manifestano, sollecitati dal cervello. Espressioni come: “mi si è chiuso lo stomaco”, “me la sono fatta sotto”, “ho un vuoto allo stomaco” risuonano nel lessico collettivo senza sforzo perché sono veritiere. Effettivamente è lì che sentiamo le nostre emozioni primarie, paura, angoscia, senso di pericolo, persino l’amore, ci avete fatto caso? Quando ci innamoriamo ci si ribalta lo stomaco!

Le emozioni di pancia

Sono queste le emozioni di “pancia”, quelle mai razionali, quelle che sembrano essere mosse da una forza sconosciuta e ancestrale e quasi sempre incontrollabile. Di fatto, lo sono, incontrollabili. Gli istinti primari sono istinti per certi versi “automatici”. Non sono quindi controllabili. A meno di non cambiare strategia.

Sbagliamo strategia

Per avere ragione di queste emozioni che viviamo come disturbanti spesso sbagliamo completamente strategia. Ci illudiamo di riuscire a soffocare quello che stiamo provando quando ciò che proviamo non ci piace, ci mette a disagio. È impossibile farlo e il perché è facile da comprendere: come facciamo a non provare ciò che stiamo già provando? Possiamo al massimo negarlo, cercare di soffocarlo, ignorarlo. Ma comunque lo proviamo lo stesso e l’emozione compressa, come un pallone che cerchiamo di spingere sott’acqua, tenderà a riemergere con una spinta pari alla forza che abbiamo impresso nel tentare di schiacciarlo verso il fondo.

Non funziona!

Cosa possiamo fare, allora?

Impariamo a distinguere tra fame fisica e fame emotiva

Se diventiamo esperti nell’identificare cosa si manifesta nel nostro corpo a livello di emozioni, saremo in grado di separare la sensazione della fame fisica (sano segnale del fatto che abbiamo bisogno di carburante) da quella della fame emotiva, che, in realtà fame non è. 

Diamo un falso nome a ciò che proviamo

Probabilmente abbiamo appreso nella prima infanzia a far coincidere le sensazioni disagevoli che proviamo nello stomaco (e nell’intestino) con la fame e abbiamo imparato a estinguerle – in realtà ci illudiamo che sia possibile farlo! – attraverso il cibo.

Come possiamo esercitarci concretamente a fare questa distinzione?

L’allenamento in questo senso è fondamentale, agire sul “riprogrammare” gli stimoli che rispondono ai nostri istinti primari non è facile e richiede attenzione, perseveranza e, soprattutto, consapevolezza. 

La meditazione come cura

La pratica della meditazione di consapevolezza, numerosi studi scientifici ormai lo dimostrano, è uno strumento utilissimo per esercitare il discernimento. Una pratica costante e paziente consente di avere la possibilità di osservare il sorgere dell’impulso per ciò che in realtà è. Possiamo accorgerci, cioè, mantenendo una sottile distanza nei confronti dell’emozione fisica che stiamo provando, di ciò che realmente sta risuonando in noi, prima di tutto di accoglierlo senza giudizio, poi di dargli un nome, quindi di soddisfare la nostra reale richiesta, il nostro reale bisogno.

Con la pratica ogni cosa può tornare al proprio posto

In questo modo la paura tornerà ad essere paura e potremo con gentilezza occuparci di cosa l’ha causata,  il senso di vuoto o di inadeguatezza saranno collocate nel loro giusto ambito (e così via per le altre emozioni disturbanti) e ci prenderemo finalmente cura dei bisogni insoddisfatti che le hanno generate; poi e solo poi potremo anche occuparci della fame fisica, perché avremo finalmente capito cos’è.

Nessuna dieta potrà funzionare finché non agiamo sulle vere cause del nostro mangiare in eccesso, questo è sicuro. Lo dicono, impietose, le statistiche. 

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