Io non sono i pensieri che faccio

Restiamo incastrati in noi stessi

Quante volte ci capita di pensare, non cambia mai niente, faccio sempre gli stessi errori?

La sensazione è quella di rimanere incastrati in un automatismo, ed è proprio così.

In cosa ci incastriamo?

Ma in cosa ci incastriamo, in realtà? Nei nostri pensieri, nelle nostre abitudini di pensiero, nel nostro modo di vedere il mondo. Dico vedere e non guardare perché c’è una differenza.

Anche i nostri pensieri, li vediamo, siamo convinti di conoscerli (sono i nostri!) ma invece non abbiamo idea dei percorsi mentali che li producono. Meglio, spesso abbiamo svolto acute analisi sulle cause che li scatenano ma non li abbiamo mai davvero osservati.

Aggrappati ai pensieri

È logico che sia così. Non possiamo osservarli perché quei pensieri sono noi, ci identificano, ci definiscono, senza ci sentiremmo persi. Se siamo irascibili, cosa saremmo senza la nostra irascibilità? Se siamo buoni, cosa saremmo senza la nostra bontà? Così ci comportiamo come sappiamo di essere, bloccati in un agire meccanico, ma non osserviamo il fluire dei nostri pensieri.

Il cambiamento ha origine dal lasciar andare

È paradossale perché, in realtà, più cerchiamo di liberarci da ciò che ci fa soffrire, più lo radichiamo. L’azione volontaria del “trasformare” crea solo barriere alla vera trasformazione. Facciamo “diventare un problema” ciò che ci fa soffrire: di fatto, lo allontaniamo da noi, creiamo distanza, e quindi conflitto. E la sofferenza aumenta progressivamente assieme al senso di frustrazione per aver fallito ancora una volta. Succede così coi nostri pensieri che ci disturbano. Facciamo finta di niente, neghiamo di averli, ne sovrapponiamo altri più sopportabili, o anche solo più “nostri”, e così li nutriamo.

L’idea che non ci sfiora è di guardare i nostri pensieri e i nostri comportamenti con un altro tipo di “sguardo”, uno sguardo che non sia predeterminato, uno sguardo che sia vivo e fresco, sempre nuovo. Lo sguardo, stupito, di un bambino.

Possibile?

Certo, è possibile. Se si è disposti a mettere in discussione “ciò che si sa già”. Se si è disposti a guardare oltre. Al di là di confortevoli categorie pre determinate.

Che strumento usare?

Non ce n’è uno che funzioni sempre e che sia valido per tutti, purtroppo. Ciò che funziona in ogni caso è coltivare uno stato di Presenza profonda. I mezzi per raggiungere questo “stato” possono essere molteplici, tutti quelli che favoriscono la possibilità di svincolarsi dall’identificazione con il proprio sé illusorio. Che poi è ciò che crediamo di sapere con certezza di noi stessi.

C’è chi ha bisogno dell’azione, del fare, portando la massima attenzione all’azione stessa (va bene anche pulire per terra o sbucciare le patate); c’è chi ha bisogno di passare dal corpo (è lì che risuonano i nostri pensieri sotto forma di emozioni); c’è chi deve rallentare l’attività della mente fermandosi, meditando.

I vari “metodi” si possono anche combinare, anzi è la cosa che funziona di più.

Io non sono i pensieri che faccio

È questo che dobbiamo cercare di ricordare, sempre. Se rimango ancorato al vecchio modo di pensare, non ci sarà mai spazio per il nuovo e le cose continueranno ad andare come sono andate nel passato.

Tengo a mente che posso osservare i pensieri restando alla giusta distanza da essi, non abdicando alle facoltà della mente (ci servono – e tanto – per sopravvivere) né, però, essendo tutt’uno con l’attività del pensiero, creando uno spazio.

In questo spazio posso quindi scegliere come agire tenendo conto del pensiero ma non affidandomi esclusivamente a lui.

Come dice Eckhart Tolle, il segreto è nel non impedire né ostacolare il naturale fluire delle cose.

Perché tutto, naturalmente, si trasforma in continuazione.

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